La “Net neutrality”: (sempre più) difficile a trovarsi

Un argomento di cui si sta molto discutendo, almeno su Internet (giacché i media tradizionali non seguono, per loro natura, molto da vicino quel che accade in Rete), riguarda la cosiddetta “Net neutrality“, vale a dire il modello di Internet secondo cui ogni byte trasportato dai provider di TLC viene trattato allo stesso modo di tutti gli altri, indipendentemente dal suo significato (e-mail, siti Web, programmi di file sharing, chat, etc.).

Il modello è di per sè, a detta di molti, garante della libertà di espressione (e di fruizione) della Rete e di quanto vi si può trovare; numerose campagne di informazione (e non solo) sono state lanciate, in particolare negli Stati Uniti, a favore di questo modello.

Non soffermandoci sulla componente prettamente tecnica e tecnologica (per la quale il modello sostanzialmente non esiste: avendo ognuno di noi esperienza diretta con firewall, sistemi antispam, proxy per la navigazione Web, NAT etc. etc., è pacifico che i bit siano tutt’altro che uguali fra loro), dal punto di vista filosofico il “limitare l’esperienza della Rete” agli utenti è vista come una mossa liberticida, un Grande Fratello orwelliano. Infatti, una volta che “qualcuno” possa discernere il tipo di traffico dati in transito, è naturale procedere al passo successivo, che è quello di favorire alcuni tipi di traffico a scapito di altri. Di nuovo, tecnicamente parlando, la cosa non è nuovissima, si pensi alle varie soluzioni che garantiscono la “qualità del servizio” o Quality of Service (QoS); tuttavia la cosa ha ricadute economiche immediate e rilevanti, ed è su quelle che si sta giocando la partita.

Un ISP (ragionevolmente il primo soggetto in grado di valutare il traffico in ingresso / uscita dai propri clienti, e di intervenire modificando i contenuti o deviando le connessioni) può decidere, ad esempio, di limitare l’uso delle proprie linee a servizi non propri, o addirittura di bloccare servizi provenienti da altre reti (ad esempio i servizi “a valore aggiunto”, quali VoIP e IPTV), per costringere i propri utenti ad acquistare i servizi prodotti “in casa” creando quelli che in gergo sono detti “walled garden” o giardini recintati: i miei utenti sono miei, e i tuoi non possono venirli a trovare a meno di pagarmi qualcosina per il diritto di accesso. Analogamente, i fornitori di contenuti (i vari motori di ricerca, i servizi di IPTV, i siti come YouTube etc.) dovrebbero, secondo quest’ottica, pagare le telco per avere un servizio “migliore” e la “garanzia” di poter raggiungere i propri utenti con del “traffico prioritario”.

La tendenza è purtroppo volta al peggio: facendo leva su capacità tecnologiche sempre migliori, le telco si orientano miopemente verso un “controllo totale” delle proprie reti, nell’illusione di poterne controllare ogni singolo bit (la tecnologia oggi non è a mio avviso sufficiente), e a differenza di altri Paesi, non credo abbiamo un mercato sufficientemente libero da poter cambiare facilmente fornitore.

Soluzioni lato utente ce ne sono poche, sostanzialmente legate a meccanismi di “nascondimento” delle proprie attività in rete, e non sempre alla portata dell’utente medio: da Tor alla cifratura delle comunicazioni in chat all’offuscamento dei traffici P2P (che, anche se talvolta leciti, vengono penalizzati o del tutto bloccati dagli ISP), etc.

Il vero aspetto preoccupante, però, è quello che trasforma in “presunto criminale / hacker” chiunque di noi utenti non voglia soggiogare alla radiografia dei propri bit.

D’altro canto, la Net neutrality sta diventando una specie di cavallo di battaglia per denunciare qualsiasi cosa “che non va come dovrebbe” in Rete. Inclusi i guasti tecnici.



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This entry was posted on Giovedì, Dicembre 20th, 2007 and is filed under Broadband, Convergenza, News of the world, Telco, Web 2.0.

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