Google Wave torna nel limbo, o del come il mercato non sia malleabile a piacimento

Giovedì scorso, Google ha annunciato un “passo indietro” nello sviluppo e promozione del suo Google Wave, dopo circa un anno di vita e una cospicua dose di hype iniziale. Una serie di motivi stanno dietro alla decisione: sicuramente Wave presenta molti problemi di tipo tecnologico (lento su browser, interfaccia al tempo stesso obsoleta e difficile da padroneggiare, integrato in maniera poco fruibile con gli altri strumenti di Google, e poco portabile specialmente su macchine non all’ultima moda), ma ci sono anche motivi più prettamente pragmatici: una domanda tipica da porsi è “carino… ma a cosa serve?” Domanda alla quale non si è trovata una risposta convincente.

Personalmente l’ho trovato molto potente e flessibile, fino all’eccesso del poter teoricamente fare un po’ di tutto, ma praticamente non riuscire a fare nulla. Da non esperto avrei trovato utile la messa a disposizione di template per “standard waves”, almeno all’inizio, per non lasciare disorientato il neofita; qualsiasi strumento necessita di una curva di apprendimento, tantopiù se lo strumento è potente e complicato, e il modello del “tieni, è bello, usalo” implica una cultura “internautica” dell’utente ben al di sopra dell’abituale utente di e-mail o di IM (me compreso), abituato a vedere tali servizi come separati, e magari aduso ad adottare stili di comportamento diversi a seconda dello strumento.

Un mix di instant messaging, e-mail, wiki, lavagna condivisa… ottima idea, e potenzialmente molto utile in contesti ben precisi (e.g. gruppi di lavoro fisicamente distribuiti), ma che alla fine non ha “sfondato” presso il grande pubblico, anche per una apparentemente insufficiente spinta da parte dei “buzzers” (interni e soprattutto esterni al mondo Google).

- “Wave cancellation: Google gives up on next-gen messaging platform“, su Ars Technica.

- “Google Wave: why we didn’t use it“, su Ars Technica

- “Google Wave chiude i battenti“, su Google Wave Blog

- “Addio Google Wave“, dalle Notiziole di .mau.

- “Novell to plow new-age Wave minus Google“, su The Register.

Why do I blog this?“: perchè è un altro esempio di come non sia vero che “basta andare su Internet” per avere successo; perchè a volte si sopravvalutano le capacità dell’internauta medio (e anche di quello avanzato); perchè anche le buone idee possono tradursi in un fallimento.

Qualche link (secondo me) interessante

- “101 Patterns for Influencing Behaviour Through Design: Oblique strategies for changing and controlling behavior“, da Boing Boing

- “Fratello sole (e sorella chimica)“, su Wired.it

- “La diffusione del Software Libero in Italia“,  sul Quotidiano di Sicilia, via Istituto Majorana

- “Unbundling, congelato l’aumento delle tariffe“, sul Corriere delle Comunicazioni di oggi

- “Is open source Snort dead? Depends who you ask“, su Network World

Why do I blog this?“: perchè l’interesse per la tecnologia (e il mondo che ci circonda) non si limita solo ai bit o agli atomi ma deve spaziare, o almeno io la penso così; e per evitare un profluvio di post separati che poco aggiungerebbero al contenuto dei link (potrei tra l’altro ripetere l’esperienza di questo post, in futuro).

Cloud computing: libertà di scelta o libertà dalla scelta

Un articolo su Ars Technica ripropone in salsa cloud computing uno dei “dilemmi” tradizionali fra flessibilità ed usabilità di un qualsiasi prodotto (non necessariamente ICT): avere un prodotto / strumento flessibile consente la creazione di soluzioni specifiche ottimizzate alle proprie necessità, ma al costo di una complessità e sovrabbondanza di funzionalità tale da scoraggiare l’uso da parte dell’utente medio. Che, in quanto tale, spesso necessita soltanto di “qualcosa che funzioni abbastanza bene e non costi troppo”.

Intorno al cloud si assiste da tempo all’incremento del “rumore di fondo”, tanto da considerarsi prossimi al “trough of disillusionment” dello “hype cycle” per l’argomento; questo articolo, fra l’altro, sfata alcuni dei miti più gettonati quali i problemi di sicurezza nell’adozione del cloud rispetto a sistemi ICT interni all’azienda.

Cloud tradeoffs: freedom of choice vs. freedom from choice“, su Ars Technica.

Why do I blog this?“: è una raccolta di opinioni ed osservazioni interessanti e condivisibili sulla “buzzword” del momento.

Il “vero Web 2.0″ forse parla XMPP, non HTTP

Come spesso accade, uno degli eventi che convertono la materia prima per tecnocrati in un qualcosa di mainstream e di universalmente noto / condiviso (per l’uso, come spesso accade, ci si accorge di essere utenti di qualcosa solo molto dopo avere cominciato ad usarla) è un qualche articolo, più o meno divulgativo, su qualche sito / tv (nientemeno) di stampo generalista.

In questo caso è la BBC, che in un articolo di piacevole e scorrevole lettura introduce ai più XMPP, un protocollo di comunicazione ad eventi che in numerosi scenari d’uso rappresenta, più che un’alternativa al “convenzionale” HTTP, l’unica possibilità praticabile con successo ed efficacia.

How to make the web work in real-time“, sul sito BBC.

Why do I blog this?“: per le ricadute pratiche del maggiore impiego di XMPP nei canali di comunicazione più critici; perchè la divulgazione può essere fatta in maniera piacevole e non pedante; perchè è bene che anche i “non addetti ai lavori” possano familiarizzare con concetti nuovi; perchè a volte chi vede lontano ci azzecca.

Cloud computing: una “nuvola” di opportunità e di problemi

Un interessante articolo da First Monday, “Where is the cloud? Geography, economics, environment, and jurisdiction in cloud computing“, offre alcuni spunti di riflessione su uno degli argomenti più in voga nel mondo ICT degli ultimi mesi (se non anni).

In particolare, l’articolo si sofferma su alcuni degli aspetti a tutt’oggi sconosciuti al “grande pubblico”, in termini non pesantemente tecnici ma decisamente rilevanti: ad esempio, le problematiche legate ai consumi energetici dei data center che ospitano i servizi di cloud (di qualsiasi tipologia fra quelle oggi possibili), nonché alle questioni normative (locazione fisica dei dati, giurisdizioni locali, etc.). Alcuni di questi aspetti rappresentano veri e propri “vincoli di progetto”, nonché elementi potenzialmente pregiudicanti il successo di un’iniziativa commerciale che si basi sul cloud, ed impattano anche l’utenza finale (privati e business) molto più di quanto si abbia comunemente percezione.

Da First Monday.

Why do I blog this?“: è una breve introduzione ai problemi del cloud computing, di cui ben pochi, anche fra gli addetti ai lavori, hanno consapevolezza. Worths a read.

“A volte ritornano”

Dopo l’ennesimo periodo di stasi, TechRadar cerca di riprendere un po’ di attività, con qualche piccolo cambiamento.

Pur avendo la fiera concorrenza (ammettendo presuntuosamente che sia possibile il paragone) con siti/servizi quali Digg, Google Buzz, Twitter etc., l’intenzione è quella di segnalare con un minimo di tempestività (arretrati a parte, ovviamente) le notizie/curiosità/approfondimenti potenzialmente interessanti, filtrando le banalità, le ripetizioni, il “buzz” eccessivo etc., e con un occhio alla prospettiva: la notizia del giorno la si legge su un quotidiano online o su Slashdot, ma sparisce il giorno (se non l’ora) dopo perché difficilmente resta interessante più di un’ora; cercherò invece di fissare qui le notizie che “durano”.

Mutuando l’idea dall’ottimo blog “Pasta&Vinegar” di Nicolas Nova, aggiungerò ad ogni post una postilla (scusate il giochino di parole) “Why do I blog this?“, per riassumere in una frase il motivo alla base della segnalazione inserita nel post; una metainformazione più pregnante del normale tag, anche se sicuramente meno strutturata.

Stay tuned… :)

V Conferenza Top-IX “La rete esce dalla rete”

Si sta svolgendo oggi a Torino la quinta conferenza annuale, organizzata dal Consorzio Top-IX; il titolo di quest’anno e’ “La rete esce dalla rete”.

Dopo svariati anni nei quali le tecnologie “internet-oriented” sono sempre state autoreferenziali e discorsi destinati a tecnologi e “business maker”, il livello e la pervasività delle tecnologie di rete (ivi incluse, ormai, le reti di fonia mobile, i media tradizionali quali radio, tv, stampa) hanno “rotto le barriere”, e alcune delle tematiche ad esse collegate, quali l’impiego di tecnologie più parsimoniose in termini di consumo energetico, il supporto alle comunicazioni anche fra macchine oltre che fra persone (la strombazzata “Internet delle cose” è diventata realtà prima ed in maniera diversa da quel che i guru del settore vaticinavano) etc. sono diventate argomenti di dibattito anche in ambiti non prettamente da “addetti ai lavori”.

Scopo del convegno di oggi è per l’appunto discuterne, evitando il più possibile il classico approccio “docente/discente” nei confronti dei partecipanti, ed offrendo strumenti via rete per interagire. Il sito della conferenza è http://conferenza.top-ix.org/.

“I Realize: The Art of Disruption” - Torino, 9-10 giugno 2009

Vi segnalo un interessante evento (strutturato su due giorni, di cui il primo dedicato a workshop tematici ed il secondo a tavole rotonde per la discussione aperta dei temi dei workshop) che si svolgerà a Torino il 9 e 10 giugno prossimi. L’intento, come dichiarato dagli organizzatori dell’evento, è quello di “rompere gli schemi” con i quali avviene normalmente il confronto e l’interazione fra diversi ambienti nei quali l’innovazione svolge un ruolo fondamentale: tecnologia, comunicazione, architettura, cucina, etc., e soprattuto spingendo i partecipanti a collaborare attivamente alle discussioni, evitando il classico approccio del seminario “sequela di presentazioni predigerite”.

Se volete saperne di più, il sito dell’iniziativa è www.irealize.eu .

Barack Obama, un “presidente 2.0″

L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli USA ha rappresentato un notevole caso di successo nell’adozione di strumenti “Internet-oriented” per l’organizzazione e la gestione della campagna elettorale, ma con promettenti aspettative anche per la normale attività della nuova Amministrazione (la prima cosa a livello poco più che gossip è l’intenzione di Obama di continuare ad usare il proprio Blackberry, o qualche strumento analogo, per interagire con i propri collaboratori e qualche amico).

L’uso di Internet (e-mail, social network, Twitter, siti Web e forum di discussione, etc.) oltre agli strumenti più tradizionali (lettere cartacee, telefono, propaganda porta a porta, radio e TV) non è di certo una novità nelle campagne elettorali americane; tuttavia, l’approccio progressivo crawl-walk-run-fly con il quale lo staff di Obama ha consentito la creazione di comunità omogenee e motivate di persone-supporter ha portato ad una modifica del tradizionale approccio “top-down” con il quale le comunicazioni avvengono fra il leader ed i suoi sostenitori.

I singoli strumenti per la creazione e la gestione di comunità di utenti sono stati resi disponibili ad un livello di facilità di accesso e granularità di definizione tali da consentire a qualsiasi sostenitore di trovare la propria dimensione all’interno della struttura complessiva, traendone tutte le componenti necessarie alla propria attività di propaganda elettorale e fungendo da forte elemento di motivazione per le proprie attività. Dall’altro lato, la disponibilità di una massa omogenea e ben organizzata di “utenti-interlocutori privilegiati” ha consentito una granularità e scalabilità nella comunicazione top-down (multimediale e facente uso di tutti gli strumenti di comunicazione moderni, SMS in primis) senza eguali, grazie anche alla possibilità di mantenere la “visione di insieme” della massa di simpatizzanti, ma anche di governare efficacemente il sistema veicolando i risultati ai vari livelli.

Il risultato si è composto di una serie di strumenti con i quali i differenti messaggi politici sono stati condivisi, modificati ove e quando necessario, e continuamente sottoposti a verifiche di attendibilità ed efficacia presso il “pubblico” (la massa dei votanti). Tali strumenti, per dichiarata intenzione dello staff presidenziale, verrà in qualche maniera “portata a sistema” all’interno della macchina governativa e/o all’interno del DNC (Democratic National Convention, l’assemblea dei Democratici).

Resta da vedere come questa complessa e flessibile macchina organizzativa verrà effettivamente trasposta nel sistema dell’Amministrazione per renderla un nuovo strumento di interazione bidirezionale con la popolazione: si notano già i primi cambiamenti (diffusione su Web degli eventi dello “Inauguration day” e conseguenti picchi record nel traffico di rete; revisione dei siti governativi; nuove regole per la trasparenza e l’accesso ai contenuti), così come i primi problemi (regole per l’endorsement di siti esterni, problemi di privacy e proprietà intellettuale dei contenuti multimediali).

Firefox nel Guinness dei primati

Come auspicato al momento del lancio dell’iniziativa, la comunità degli utenti di Firefox non ha deluso le aspettative: al termine delle prime 24 ore dal suo rilascio, la versione 3 del noto browser è stata scaricata ben 8 milioni di volte (per l’esattezza, 8.002.530 volte), ben 3 milioni più delle stime di Mozilla, ed il record è stato riconosciuto dagli ispettori del Guinness World Records.

Gli aspetti più interessanti dell’iniziativa sono la creazione di un precedente a livello di record riconosciuti anche al di fuori del mondo Internet, oltre alla valutazione delle dimensioni della comunità degli utenti / appassionati / curiosi che gravita intorno a Firefox.

- l’annuncio su mozilla.com

- la notizia su Punto Informatico del 3 luglio

- la notizia su Zeus News del 3 luglio

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