V Conferenza Top-IX “La rete esce dalla rete”

Si sta svolgendo oggi a Torino la quinta conferenza annuale, organizzata dal Consorzio Top-IX; il titolo di quest’anno e’ “La rete esce dalla rete”.

Dopo svariati anni nei quali le tecnologie “internet-oriented” sono sempre state autoreferenziali e discorsi destinati a tecnologi e “business maker”, il livello e la pervasività delle tecnologie di rete (ivi incluse, ormai, le reti di fonia mobile, i media tradizionali quali radio, tv, stampa) hanno “rotto le barriere”, e alcune delle tematiche ad esse collegate, quali l’impiego di tecnologie più parsimoniose in termini di consumo energetico, il supporto alle comunicazioni anche fra macchine oltre che fra persone (la strombazzata “Internet delle cose” è diventata realtà prima ed in maniera diversa da quel che i guru del settore vaticinavano) etc. sono diventate argomenti di dibattito anche in ambiti non prettamente da “addetti ai lavori”.

Scopo del convegno di oggi è per l’appunto discuterne, evitando il più possibile il classico approccio “docente/discente” nei confronti dei partecipanti, ed offrendo strumenti via rete per interagire. Il sito della conferenza è http://conferenza.top-ix.org/.

“I Realize: The Art of Disruption” - Torino, 9-10 giugno 2009

Vi segnalo un interessante evento (strutturato su due giorni, di cui il primo dedicato a workshop tematici ed il secondo a tavole rotonde per la discussione aperta dei temi dei workshop) che si svolgerà a Torino il 9 e 10 giugno prossimi. L’intento, come dichiarato dagli organizzatori dell’evento, è quello di “rompere gli schemi” con i quali avviene normalmente il confronto e l’interazione fra diversi ambienti nei quali l’innovazione svolge un ruolo fondamentale: tecnologia, comunicazione, architettura, cucina, etc., e soprattuto spingendo i partecipanti a collaborare attivamente alle discussioni, evitando il classico approccio del seminario “sequela di presentazioni predigerite”.

Se volete saperne di più, il sito dell’iniziativa è www.irealize.eu .

Barack Obama, un “presidente 2.0″

L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli USA ha rappresentato un notevole caso di successo nell’adozione di strumenti “Internet-oriented” per l’organizzazione e la gestione della campagna elettorale, ma con promettenti aspettative anche per la normale attività della nuova Amministrazione (la prima cosa a livello poco più che gossip è l’intenzione di Obama di continuare ad usare il proprio Blackberry, o qualche strumento analogo, per interagire con i propri collaboratori e qualche amico).

L’uso di Internet (e-mail, social network, Twitter, siti Web e forum di discussione, etc.) oltre agli strumenti più tradizionali (lettere cartacee, telefono, propaganda porta a porta, radio e TV) non è di certo una novità nelle campagne elettorali americane; tuttavia, l’approccio progressivo crawl-walk-run-fly con il quale lo staff di Obama ha consentito la creazione di comunità omogenee e motivate di persone-supporter ha portato ad una modifica del tradizionale approccio “top-down” con il quale le comunicazioni avvengono fra il leader ed i suoi sostenitori.

I singoli strumenti per la creazione e la gestione di comunità di utenti sono stati resi disponibili ad un livello di facilità di accesso e granularità di definizione tali da consentire a qualsiasi sostenitore di trovare la propria dimensione all’interno della struttura complessiva, traendone tutte le componenti necessarie alla propria attività di propaganda elettorale e fungendo da forte elemento di motivazione per le proprie attività. Dall’altro lato, la disponibilità di una massa omogenea e ben organizzata di “utenti-interlocutori privilegiati” ha consentito una granularità e scalabilità nella comunicazione top-down (multimediale e facente uso di tutti gli strumenti di comunicazione moderni, SMS in primis) senza eguali, grazie anche alla possibilità di mantenere la “visione di insieme” della massa di simpatizzanti, ma anche di governare efficacemente il sistema veicolando i risultati ai vari livelli.

Il risultato si è composto di una serie di strumenti con i quali i differenti messaggi politici sono stati condivisi, modificati ove e quando necessario, e continuamente sottoposti a verifiche di attendibilità ed efficacia presso il “pubblico” (la massa dei votanti). Tali strumenti, per dichiarata intenzione dello staff presidenziale, verrà in qualche maniera “portata a sistema” all’interno della macchina governativa e/o all’interno del DNC (Democratic National Convention, l’assemblea dei Democratici).

Resta da vedere come questa complessa e flessibile macchina organizzativa verrà effettivamente trasposta nel sistema dell’Amministrazione per renderla un nuovo strumento di interazione bidirezionale con la popolazione: si notano già i primi cambiamenti (diffusione su Web degli eventi dello “Inauguration day” e conseguenti picchi record nel traffico di rete; revisione dei siti governativi; nuove regole per la trasparenza e l’accesso ai contenuti), così come i primi problemi (regole per l’endorsement di siti esterni, problemi di privacy e proprietà intellettuale dei contenuti multimediali).

Firefox nel Guinness dei primati

Come auspicato al momento del lancio dell’iniziativa, la comunità degli utenti di Firefox non ha deluso le aspettative: al termine delle prime 24 ore dal suo rilascio, la versione 3 del noto browser è stata scaricata ben 8 milioni di volte (per l’esattezza, 8.002.530 volte), ben 3 milioni più delle stime di Mozilla, ed il record è stato riconosciuto dagli ispettori del Guinness World Records.

Gli aspetti più interessanti dell’iniziativa sono la creazione di un precedente a livello di record riconosciuti anche al di fuori del mondo Internet, oltre alla valutazione delle dimensioni della comunità degli utenti / appassionati / curiosi che gravita intorno a Firefox.

- l’annuncio su mozilla.com

- la notizia su Punto Informatico del 3 luglio

- la notizia su Zeus News del 3 luglio

Oggi è il Firefox Download Day

Se volete partecipare nel tentativo (un po’ fine a se stesso, un po’ per marketing, un po’ utile a capire le dimensioni della community degli utenti di Firefox) di stabilire un record di download del setup del noto browser nelle prime 24 ore dal suo rilascio nella versione 3.0, potete visitare la pagina per il download.

Causa fusi orari (e lo USA-centrismo dell’iniziativa), per l’Italia siamo in tempo fino alle 20:16 di stasera.

La notizia, su Slashdot.

“TwentyFour/7 Innovation”: comprendere e realizzare l’innovazione

Lo scorso 12 giugno, nell’Aula Magna dell’Università degli Studi a Torino, si è svolto un evento organizzato dal Development Program del Consorzio Top-IX, dal titolo “TwentyFour/7 Innovation“, focalizzato sulle componenti legate all’avvio di attività a marcato contenuto innovativo per quanto concerne quello che oggigiorno viene definito (a volte impropriamente) “Web 2.0″.

Nel complesso l’insieme degli interventi è stato interessante; in particolare, alcuni concetti risultano fondamentali per poter meglio comprendere il fenomeno.

- Nella cosiddetta “economia della conoscenza”, alcuni paradigmi economici e produttivi tradizionali vengono rivisti (si pensi ad esempio al riutilizzo delle conoscenze disponibili per crearne di nuove, o alla facilità di accesso e diffusione delle informazioni). Il concetto di specializzazione perde importanza a vantaggio di una multidisciplinarietà e di una sempre maggiore propensione alla flessibilità dei ruoli, diventa necessario acquisire competenze in più settori per poter controllare la complessità del sistema.

- Per fare parte di questo sistema complesso, ci sono due possibilità: quella autenticamente pionieristica dell’invenzione di qualcosa che “prima non c’era” (o, più prosaicamente, non era sufficientemente noto alla community), o dare massiccio e convinto supporto a questo “ecosistema”, così come l’ha definito Luca De Biase, uno dei moderatori dei panel di discussione.

- Alcuni “big” del mondo Internet hanno esposto la propria interpretazione del sistema, così come alcuni propri punti di forza da prendere ad esempio. Google Italia ha posto l’accento sulla necessità di coniugare elementi finora tipici di una gestione “familiare” dell’impresa con la capacità di investimento e le dimensioni tipiche di una azienda molto grande; Fiat ha posto invece l’enfasi sull’equazione “innovazione = piattaforma di comunicazione articolata per veicolare messaggi”, dove i messaggi sono però piuttosto appartenenti al marketing convenzionale; Cisco ha infine posto l’enfasi sulla rapidità di mutamento dello scenario globale, sia per le componenti tecnologiche sia per il tipo, il numero e le dimensioni degli attori, sia per il Web sia per la produzione materiale.

Nella sessione pomeridiana, orientata ad alcuni casi di business specifici, l’insieme dei contributi ha marcato altri concetti rilevanti per la creazione di nuove start-up: un buon business plan da proporre agli investitori è fondamentale, ma da solo non è sufficiente a garantire il successo: molti elementi vanno rivisti in corsa; occorre affiancare un insieme di risorse di marketing ed una strategia commerciale per pubblicizzare il prodotto (emblematico fra i tanti l’esempio di Skype); occorre ragionare in termini globali, poichè Internet offre una platea internazionale se non globale (e quindi ragionare in termini di mercati nazionali diventa autolimitante); infine, cosa forse non immediata almeno per quanto riguarda la realtà italiana, occorre ripartire anche dopo più fallimenti, fino a che non si trova l’idea giusta per “sfondare”.

In sintesi, la conoscenza viene ancora gestita in maniera “artigianale” e molto legata alle relazioni personali, sebbene sia palese il vantaggio di una diffusione la più ampia possibile, e non strettamente legata al “return of investment” o al tornaconto immediato; occorrono quindi molto impegno per stare al passo coi tempi, tenacia nel riprovare, una visione complessiva dell’avvio di una nuova attività, ed una flessibilità molto spinta verso settori apparentemente non correlati fra loro.

P.S.: Chiedo venia per il lungo silenzio, altre cose mi hanno tenuto lontano da qui. Sarò più assiduo d’ora innanzi :)

La “Net neutrality”: (sempre più) difficile a trovarsi

Un argomento di cui si sta molto discutendo, almeno su Internet (giacché i media tradizionali non seguono, per loro natura, molto da vicino quel che accade in Rete), riguarda la cosiddetta “Net neutrality“, vale a dire il modello di Internet secondo cui ogni byte trasportato dai provider di TLC viene trattato allo stesso modo di tutti gli altri, indipendentemente dal suo significato (e-mail, siti Web, programmi di file sharing, chat, etc.).

Il modello è di per sè, a detta di molti, garante della libertà di espressione (e di fruizione) della Rete e di quanto vi si può trovare; numerose campagne di informazione (e non solo) sono state lanciate, in particolare negli Stati Uniti, a favore di questo modello.

Non soffermandoci sulla componente prettamente tecnica e tecnologica (per la quale il modello sostanzialmente non esiste: avendo ognuno di noi esperienza diretta con firewall, sistemi antispam, proxy per la navigazione Web, NAT etc. etc., è pacifico che i bit siano tutt’altro che uguali fra loro), dal punto di vista filosofico il “limitare l’esperienza della Rete” agli utenti è vista come una mossa liberticida, un Grande Fratello orwelliano. Infatti, una volta che “qualcuno” possa discernere il tipo di traffico dati in transito, è naturale procedere al passo successivo, che è quello di favorire alcuni tipi di traffico a scapito di altri. Di nuovo, tecnicamente parlando, la cosa non è nuovissima, si pensi alle varie soluzioni che garantiscono la “qualità del servizio” o Quality of Service (QoS); tuttavia la cosa ha ricadute economiche immediate e rilevanti, ed è su quelle che si sta giocando la partita.

Un ISP (ragionevolmente il primo soggetto in grado di valutare il traffico in ingresso / uscita dai propri clienti, e di intervenire modificando i contenuti o deviando le connessioni) può decidere, ad esempio, di limitare l’uso delle proprie linee a servizi non propri, o addirittura di bloccare servizi provenienti da altre reti (ad esempio i servizi “a valore aggiunto”, quali VoIP e IPTV), per costringere i propri utenti ad acquistare i servizi prodotti “in casa” creando quelli che in gergo sono detti “walled garden” o giardini recintati: i miei utenti sono miei, e i tuoi non possono venirli a trovare a meno di pagarmi qualcosina per il diritto di accesso. Analogamente, i fornitori di contenuti (i vari motori di ricerca, i servizi di IPTV, i siti come YouTube etc.) dovrebbero, secondo quest’ottica, pagare le telco per avere un servizio “migliore” e la “garanzia” di poter raggiungere i propri utenti con del “traffico prioritario”.

La tendenza è purtroppo volta al peggio: facendo leva su capacità tecnologiche sempre migliori, le telco si orientano miopemente verso un “controllo totale” delle proprie reti, nell’illusione di poterne controllare ogni singolo bit (la tecnologia oggi non è a mio avviso sufficiente), e a differenza di altri Paesi, non credo abbiamo un mercato sufficientemente libero da poter cambiare facilmente fornitore.

Soluzioni lato utente ce ne sono poche, sostanzialmente legate a meccanismi di “nascondimento” delle proprie attività in rete, e non sempre alla portata dell’utente medio: da Tor alla cifratura delle comunicazioni in chat all’offuscamento dei traffici P2P (che, anche se talvolta leciti, vengono penalizzati o del tutto bloccati dagli ISP), etc.

Il vero aspetto preoccupante, però, è quello che trasforma in “presunto criminale / hacker” chiunque di noi utenti non voglia soggiogare alla radiografia dei propri bit.

D’altro canto, la Net neutrality sta diventando una specie di cavallo di battaglia per denunciare qualsiasi cosa “che non va come dovrebbe” in Rete. Inclusi i guasti tecnici.

Musica online: modelli di distribuzione alternativi

In questi giorni fa abbastanza rumore l’iniziativa di distribuzioni musicali alternative al consueto flusso di distribuzione, del quale fanno parte le major (ad esempio EMI Universal, Sony Music, etc.). Il “caso” è quello dei Radiohead, i quali han deciso di percorrere un cammino già sperimentato in passato (e tuttora impiegato) da gruppi meno noti, vale a dire la distribuzione online del loro nuovo album, “In Rainbows”, invece di sottoscrivere un contratto per la distribuzione tradizionale. In aggiunta a questo, forse nel tentativo di “aggirare il problema” della pirateria musicale, il download è disponibile ad offerta libera, sul sito (www.inrainbows.com) creato per l’occasione.

Ciononostante, l’album ha seguito il destino ormai di prassi per ogni nuova uscita, finendo ampiamente e rapidamente disponibile sulle reti di file sharing quali BitTorrent; segno che, seppure il modello di distribuzione sia credo il più favorevole possibile per il pubblico, molti preferiscono “fare come al solito” e procurarsi l’album gratuitamente dal file sharing.

Le major hanno sostanzialmente abbozzato, sentendosi escluse da un meccanismo che per buona parte garantisce la loro sopravvivenza, ma reagendo in maniera più o meno consapevole al fatto che, se i Radiohead avranno successo e anche altri gruppi già affermati li imiteranno in qualche misura (Nine Inch Nails, Oasis e Jamiroquai sembrano intenzionati al medesimo modello, mentre Madonna tenta la strada di un contratto diverso), il proprio modello di business dovrà essere pesantemente rivisto.

Una nota a parte merita l’ascolto vero e proprio: indubbiamente è un bell’album, ma risente della tutto sommato non eccelsa qualità della codifica (MP3 160 Kbps), più che sufficiente per un MP3 player, ma sicuramente non abbastanza per un audiofilo abituato al PCM lineare di un “caro, vecchio” CD audio, o addirittura al “calore” del fruscio di un disco in vinile. Anche in questo, c’è un segno dei tempi, e la conferma del trend storico di compressione verso l’alto per quanto riguarda la dinamica (la cosiddetta “loudness war“) e verso il basso per quanto riguarda le dimensioni dei file musicali, anche se a scapito della qualità dell’ascolto. Per gli audiofili, però, i Radiohead vendono una versione “old-style” sia in CD che in vinile, con contenuti extra… alla modica cifra di 40 sterline. In altre parole, il media tradizionale (vinile, CD) è visto come una rarità da audiofili e come tale costa più del mass media internetico.

In ogni caso, per non scontentare nessuno, i Radiohead hanno previsto un’uscita “convenzionale” con i normali CD audio (e la altrettanto normale Warner) a gennaio.

- Il sito dei Radiohead, www.inrainbows.com

- Radiohead: Did Pre-orders Hit 3 Million Mark?, su MP3Newswire.net

- Radiohead’s Warm Glow, sul New York Times del 14 ottobre

Skype, i servizi in Beta, e come _non_ si fa customer care

Sicuramente, che siate o meno utenti del famoso servizio di chat/presence/VoIP, avrete avuto notizie del disservizio che ha impedito agli utenti di accedervi per un periodo tutt’altro che limitato nel velocissimo mondo delle reti (personalmente ho avuto difficoltà di accesso per “ben” tre giorni), considerato che la notizia è circolata perfino sui media tradizionali (tv, giornali).

Niente di veramente improbabile, tutto sommato, data la combinazione di elementi: un software closed source ed un’architettura sicuramente ben congegnata (nodi client di base che si connettono al resto della rete tramite “supernodi”: una riedizione del glorioso Kazaa sviluppato dagli stessi Friin e Zennstrom) ma tutto sommato vulnerabile in quanto chiusa; quindi se per qualche motivo la parte centralizzata del sistema non svolge correttamente la propria funzione, l’intero sistema collassa.

Sembra esattamente quanto successo: un non meglio identificato malfunzionamento del servizio di login degli utenti ha semplicemente “tagliato fuori” gli utenti dal sistema.

Nella logica del Web 2.0 e dei servizi in “Beta perenne” non c’è ovviamente motivo di lamentela: essendo appunto una Beta, i disservizi possono succedere; sicuramente, però, questo tipo di eventi gioca sicuramente a sfavore di chi intende mettere nel mondo del Web 2.0 servizi “mission-critical”, o anche solo di chi conta di fare business con poca fatica :) (integrando servizi offerti da altri e aggiungendovi un po’ di valore).

Sui reali motivi di questo blackout, comunque, ci sono svariate congetture: dal sovraccarico dei server causa massicci reboot dei client Windows dovuti ad aggiornamenti di sistema (ma quante migliaia di reboot simultanei occorrono, per ottenere questo effetto DDoS o Distributed Denial-of-Service?), a non meglio identificati bachi software nei server (ma il servizio non era interamente peer-to-peer per evitare punti di guasto catastrofico?) per finire con gli immancabili hacker (stavolta russi) che più o meno vengono sempre indicati come i ragazzacci della Rete ogni volta che qualcosa non va.

Al di là delle cause tecniche, comunque, sembra sconcertante la totale mancanza di trasparenza da parte del management di Skype (e della sua controllante eBay) sia durante il disservizio, sia dopo, per indicare le cause dello stesso.

In conclusione, meglio “diversificare gli investimenti” ed utilizzare, se possibile, più servizi in concorrenza fra loro; ad esempio valide alternative / integrazioni a Skype sono a tutt’oggi Gizmo Project e Google Talk (e ve ne sono altre ancora). La seccatura è quella del tenere aperti più applicativi (con ciò che questo comporta), ma aumentano le probabilità di essere online.

Il fatto è ancora in divenire, comunque… Skype ha rilasciato una versione 2.0 della giustificazione per il blackout. Stay tuned…

- Crisis Communication 2.0 - The Skype is Falling, post del 21 agosto sul blog “PR 2.0″ di Brian Solis

- Una serie di post interessanti negli ultimi giorni sullo Skype Journal

- Skype’s Explanation For Downtime Not Ringing True, su TechDirt del 20 agosto

- Did Russian Hackers Crashed Skype? su Slashdot del 18 agosto

- Skype Outage: Too many holes in the official explanation for my liking, post del 21 agosto sul blog di Ben Metcalfe

- Quand Skype passe au rouge…, post del 21 agosto sul blog di Cedric Blancher

- Google Talk

- Gizmo Project

Second Life overhyped?

Come tutti i fenomeni di moda per i quali il marketing svolge più che egregiamente il proprio lavoro, anche Second Life sembra cominciare a perdere appeal, e molti soggetti inizialmente coinvolti con entusiasmo nell’iniziativa sembrano rallentare se non recedere dalle proprie buone intenzioni.

I motivi per la perdita di interesse sono quelli della “first life” di sempre, vale a dire che riuscire a realizzare proventi dalle attività in SL non è facile nè immediato (e, come mia impressione personale, i modelli di business tradizionali non sono direttamente esportabili in SL).

Resta solo da capire se questa fase di perdita di interesse sia dovuta ad una effettiva incapacità / impossibilità di trasformare SL in qualcosa più di un bel MMORPG (Massive Multiplayer Online Role Playing Game), o se siamo nel cosiddetto “ginocchio tecnologico” in cui incappano tutte le nuove tecnologie, dopo una fase di overhype e di generico “entusiasmo”, prima di raggiungere un livello di maturità / stabilità / bacino di utenza per i quali sia realizzabile un qualche tipo di business.

Nonostante tutto c’è ancora molto interesse in SL, e nuovi servizi (mutuati in qualche maniera dalla “first life”) vengono continuamente proposti; ad esempio Telecom Italia offre un servizio telefonico fra avatar.

- Lo sboom di Second Life, su Zeus News del 20 luglio.

- Second Life, il business lascia il metamondo, su Punto Informatico del 17 luglio.

- You Mean Second Life Marketing’s Not All It’s Cracked Up To Be?, su TechDirt.com del 26 luglio.

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